
Si dice spesso che l’arte sia affetta da strabismo. Vive periodi nei quali il suo sguardo è rivolto al passato ed in altri al futuro. I nostri giorni sono, evidentemente non senza motivo, caratterizzati da molte ricerche solo ed esclusivamente rivolte al presente, addirittura all’attimo. Quella di Marina Abramovic è tra queste.
Le sue sono “performance” vissute, è proprio il caso di dire, in prima persona, alla cattura dell’istante nella scoperta della sua identità e, con essa, dell’essenza dell’arte. Il suo corpo è il riferimento interno ed 
Con questa mostra, solo tecnicamente antologica, Maurizio Cattelan ha annunciato il suo ritiro dalla produzione artistica. A suo dire avrebbe terminato il periodo della sua vita dedicato al fare arte e comincerebbe quello nel quale riordinare quanto ha fatto.
Non è dato ancora di sapere se ciò avverrà ma è certo che la mostra di New York pare essere il punto di partenza di questa annunciata nuova fase. Egli raccoglie infatti tutte le sue opere più significative, come normale in una antologica, ma le colloca su una direttrice di punto di vista diverso dal solito e dai canoni stessi del Guggenheim: appese nello spazio, altrimenti sempre vuoto, che ha come perimetro la strutturale rampa di Wrigth. Un punto di vista diverso non tanto per i visitatori ma per se stesso, sia per fare della mostra una sua “ultima” opera d’arte, sia per iniziare da lì, da quel parapetto, l'esame dei suoi lavori per la sua nuova attività.
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