
E’ molto meritoria la pubblicazione da parte di Einaudi del più noto lavoro di Walter Benjamin “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, traduzione di Enrico Filippini, la cura e le note di Francesco Valagussa e “Con un saggio di Massimo Cacciari”.
Il merito maggiore è quello di riproporre un testo che è entrato nella leggenda e nel citazionismo generalizzato che spesso è basato su interpretazioni più o meno corrette piuttosto che sulla lettura. Editarlo ad un prezzo molto basso (euro 8 pagg. 154) , da collana economica (nonostante il
Mostra e catalogo sono curati da Alberto Fiz e il catalogo contiene anche interviste ad Achille Bonito Oliva e a due degli artisti in mostra, Helmut Middendorf e Bernd Zimmer.
La presenza in catalogo di Bonito Oliva costituisce il naturale legame storico-epocale del lavoro di questo gruppo di artisti tedeschi con quello dei partecipanti alla nostra Transavanguardia “inventata” dallo stesso Bonito Oliva e che ne costituisce quasi il contraltare sul versante italiano.
La differenza tra i due gruppi però è profonda anche se i presupposti teorici di base sono analoghi che sono l’uscita dal geometrico e dall’informale per il ritorno ad una figurazione seppure molto stilizzata ed astrattizzante. E proprio qui è la prima differenza. I tedeschi sono più simili tra loro e tutti, dai ritrattisti ad un paesaggista come Zimmer, lavorano alla riscoperta del linguaggio figurativo; gli italiani si sono divisi invece tra figurativi e astrattisti, per intenderci da Paladino a De Maria. L’altra differenza consiste nel fatto che i tedeschi fecero effettivamente “gruppo”, lavorando e teorizzando insieme in quello che fu un vero e proprio laboratorio nella Berlino della fine degli anni settanta, ancora divisa dal muro e senza prospettiva di riunione. Fu a Kreuzeberg, nello spazio autogestito della Galerie am Mortizplatz, che avvennero le prime sperimentazioni del loro lavoro futuro. La Transavanguardia invece, pur rappresentando le stesse esigenze, nacque “a freddo”, come autonoma operazione artistico-concettuale del genio critico di Achille Bonito Oliva che impose, insiema al nome, lo spirito federatore al gruppo. Gruppo che però non si è mai sentito tale né livello lavorativo né sperimentale, come prova la evidente disomogeneità dei lavori e delle singole motivazioni degli artisti.
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