La rivoluzione del MAXXI: l'arte liberata dallo «spazio dell'arte»
Un'opera d'arte, com'è quella del MAXXI creata da
Zaha Hadid, ci fa ben sperare non solo nel futuro dell'arte ma nel futuro in generale.
La querelle stessa – fulcro delle analisi della maggior parte dei commentatori più in voga del momento – sulla pretesa incapacità di questo «spazio» a raccogliere adeguatamente le opere d'arte d'arte è la prova che invece Hadid ha colto nel segno della contemporaneità.
È la curva la sua essenza e proprio nella curva è racchiuso il senso del futuro, la strada che ci fa entrare in questo secolo XXI°.
Il problema del dialogo tra l'arte contemporanea e i luoghi che la raccolgono, la mostrano e la conservano è stato posto già alla fine del secolo scorso con la costruzione di quelli che non sono più musei ma luoghi tout court, o meglio spazi che si sono rilevati molto più idonei a rapportarsi con quello che ormai l'arte ci dà come residuo della sua operatività a tutto tondo.
Non più rappresentazione ma mondo e realtà. L'opera è la realtà e – verrebbe da dire "a maggior ragione"– il luogo in cui l'opera si dà, si mostra, è la realtà.
Il luogo tradizionale, ai nostri giorni, non è più in grado di accogliere il contemporaneo e gli esempi di questa impossibilità li vediamo ogni giorno quando visitiamo le varie mostre nelle quali le antiche strutture, esse stesse opere d'arte, soffrono il confronto con la fame di spazio, di mondo, di paesaggio, che hanno le opere dell'arte contemporanea che sono fatte degli stessi elementi di cui abbisognano per continuare ad essere, a vivere, mondo nel mondo.
E dunque spazio. Non muri squadrati perchè il quadro, con la sua cornice, e le relative linee di fuga e di incontro non hanno più senso come non hanno più senso questo tipo di opere. La curva è invece sinonimo di fatica, di pericolo, di arbitrio, di caso (come è stato autorevolmente osservato) che sono le cose della vita quotidiana in atto come deve essere quello che rimane, alla riflessione dei molti, dell'agire e del pensare dell'artista.
Porsi il problema della distinzione tra contenuto e contenitore in arte – problema che si traduce in prolisse riflessioni su come riempire il museo – è un non problema risolto da tempo. Purtroppo non da tutti. Ecco perché il MAXXI ci fa ben sperare nel futuro: il non vederlo costituisce la cecità drammatica, eredità pesantissima del cosiddetto secolo breve.
Il MAXXI ci dice che questo passato non ritornerà più anche se appare duro a morire.
lunedì 07 giugno 2010 ore 16:09
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