Addio alla bellezza. L'estetica senza l'arte
Roberto Pacchioli

Marshall McLuhan al Centre for Culture and Technology, Toronto
Come si fa a stanare l'estetica dall'angolo angusto della filosofia dell'arte? È possibile salvarla da un eterno e polveroso dibattito i cui unici termini della discussione sono il bello, il brutto e il sublime, quasi fosse uno spin off per il club del sigaro della saga di Sergio Leone? Forse sì. Almeno leggendo le pagine di «Arte, estetica e nuovi media», scritto da Paolo Granata, giovanissimo autore e docente dell'Università di Bologna.
Ecco come: «Si tratta – annuncia Granata – di legittimare, alla luce dell’attuale scenario culturale, un impianto interpretativo concepito come «un possibile ritorno a
Baumgarten» [
Barilli 1989, p. 30], al fine di «ridare alla sensibilità quel che è della sensibilità, cominciando dalla rivendicazione del suo valore conoscitivo» [
Givone 1998, p. XIII].
Il testo – che di seguito saccheggeremo per spiegare cosa s'intende per estetica senza l'arte – si muove nell’area di quella
rivoluzione copernico-eraclitea proposta e praticata da Derrick de Kerckhove e suggerita dalle
analisi sulla complessità di Gianluca Bocchi: l'esperienza estetica è una modalità conoscitiva dell'uomo, è il momento di conoscenza che sta al centro di un processo umano storicizzato che si forma su stratificazioni di connessioni orizzontali. Non procede per accumulo e non implica un progresso lineare.
Questo approccio è reso ancora più evidente se si considera il «nuovo» mezzo di comunicazione culturale sociale e interpersonale costituito dalla rete.
In poche parole: il mondo cambia, l'uomo cambia con esso, la percezione pure. Così Granata: «All’uomo di strada contemporaneo, all’uomo delle cosiddette autostrade dell’informazione plasmato da questo nuovo ambiente, sono state affidate una serie di etichette, tra le quali, l’
homo technologicus [Longo 2001], il
cibionte [de Rosnay 1995], l’homo connettivo [de Kerckhove 1990], il
metaman [Stock 1993] o il
cyborg [Haraway 1991], icona stessa della letteratura cyberpunk».
Individuato il soggetto, non resta che analizzare il contesto e le modalità nelle quali, secondo Granata, si muove, vive e conosce.
Il sentire, l'esperire e la conoscenza tornano ad essere i temi centrali di questa estetica del nuovo mondo: «Da sempre l’uomo “sente” il mondo attraverso i suoi strumenti (biomorfi, i sensi veri e propri, o tecnomorfi, le appendici tecniche che ne espandono il portato); ed è in questo fluire che, rileggendo il celebre slogan mcluhaniano, le alterazioni indotte da qualsiasi medium sulle proporzioni e sulle condizioni dell’esperienza vanno a costituirne il messaggio, ovvero un qualcosa che «controlla e plasma le proporzioni e la forma dell’associazione e dell’azione umana» [
McLuhan 1964, p. 16]».
Il merito di McLuhan, secondo Granata, «sta nell’aver riconosciuto con forza – sulla scorta di altri pensatori ben più accreditati prima di lui, da Bergson a Dewey, che McLuhan definisce un surfer sull’onda elettronica [McLuhan 1962, p. 199], da Durkheim a Innis, solo per citarne alcuni – che la sfera sensorio-intellettiva (l’ambito dell’estetica) è continuamente stimolata da assunzioni strumentali o sistemi ideazionali, entrambi espressione di mediazione col mondo, entrambi riflesso di scelte e processi di natura tecnica, ovvero estetizzazioni mediali dell’esperienza. Il pensiero di McLuhan, e la coppia tecnologia/cultura su cui ruota, è tutto sintetizzato nell’approccio estetologico. Ecco perché se c’è un ambito attorno al quale sembra rifluire tutto il discorso dell’esperienza estetica, questo è proprio l’ambito della tecnica».
Granata indica alcune tappe fondamentali per formulare le proprie argomentazioni in favore dello statuto conoscitivo dell'estetica, con l'intento di salvarla quelli che abbiamo definito gli angoli angusti del mondo dell'arte.
Com'è intuibile dai brani citati in precedenza, la svolta che Granata chiamerà rivoluzione differente o invisibile, è una cosa sola con l'arrivo del personal computer: «Con un balzo inaspettato, il computer uscirà dai grandi laboratori, diventando il simbolo tecnologico della cultura hacker [Himanen 2001], a cui si deve l’intuizione di una consapevolezza differente attorno ai possibili sviluppi dell’informatica e delle sue reti. Emerge una nuova logica, una limpida ed esplicita sensibilità postmoderna: alla totalità globalizzante dei “vecchi” media elettronici, pronti a raccontare la storia, si contrappone la connettività diffusiva delle reti informatiche; al villaggio globale la cultura hacker reagirà con l’idea di un villaggio plurale, che nel giro di poco si materializzerà nella rete delle reti: Internet».
Nel campo del linguaggio, le conseguenze di questa svolta hanno preso nomi diversi: «narcosi di Narciso» [McLuhan 1964, p. 51], o di ciò che in anni più recenti è stato definito in termini di
opulenza informativa [Maldonado 1997] o di
overdose cognitiva [Giuliano Da Empoli 2002].
Nel campo dei fatti, «la sequenzialità cederà il passo all’istantaneità, a una immobilità non-storica; le “grandi narrazioni” cominceranno ad essere sostituite dalla presa diretta o dalla turbina del tempo reale; la contemporaneità diventerà contemporaneità, nel senso letterale di simultaneità».
Ed ecco che il fil rouge proposto da Granata prende forma e spiega così i compiti dell'estetica: «Fronteggiare questa narcosi, superare questa overdose estetica e interpretare sul fronte percettivo-sensoriale questa opulenza informativa sono alcuni dei compiti attraverso i quali operare l’accostamento per molti versi ancora inedito tra l’estetica e i nuovi media; iniziando proprio dal selezionare singoli momenti esperienziali, isolare grandi temi o sciogliere scomode vertenze, per comprendere ciò che di estetico c’è nel mondo digitale».
«L’intento progettuale per un’estetica dei nuovi media – spiega Granata – [...] è tutto rivolto a quel surplus dell’esperienza estetica appena evocato, col proposito di “rivendicare per l’estetica un più vasto terreno di manovra» [Barilli 1976, p. 8], osservare “ciò che di estetico” c’è nella cultura umana in generale” [Modica 1987, p. 157], e pertanto edulcorare ciò che è stato sintetizzato nei termini di una filosofia non speciale, la “caduta dell’esemplarità dell’arte” [Garroni 1986]. È un tipo di approccio orientato a comprendere le condizioni di quella piacevole percezione che è l’esperienza estetica tout court come origine di significati e concetti, che trova già in Kant un suo iniziatore; è la ricerca di quell’atteggiamento estetico, “inteso al neutro come una dimensione socio-antropologica del modo di essere occidentale” [Perniola 2004, p. 64], un atteggiamento strettamente connesso con l’azione, il comportamento, l’attitudine, la materialità del vivere quotidiano, a cui si può attribuire una sorta di potere autonomo, [...]; è l’estetica che si traduce nella cognizione degli effetti estetici generati a partire dai fatti del mondo; è ciò che differenzia l’esperienza dell’estetico, o l’interesse mondano, dalla contemplazione fine a se stessa, o dalla pura percezione spirituale».
Il passo successivo è quello che più interessa ai fini della missione di salvataggio dell'estetica che si va delineando in questo scritto: «Sulla scorta di queste che a molti appaiono ancora come delle provocazioni è possibile attuare un vero e proprio passaggio epistemico che dal mondo dell’arte riporta il discorso estetico al suo etimo, all’insieme eterogeneo dei fatti culturali che incidono sulla sensorialità, che «toccano le radici dell’estetico nell’esperienza» [Dewey 1934, p. 20]; un passaggio che schiude il continente dell’estetica sulla piena materialità del mondo, nella «completa compenetrazione di sé con il mondo degli oggetti e degli eventi» [p. 26]; oggi sempre più un mondo digitale».
Sentendo Granata parlare di «provocazioni» sembra quasi che a fare certi discorsi sull’estetica si appartenga di diritto ad una specie di consorteria di pericolosi apostati che debbono tenersi nascosti.
Torna alla mente un'analoga argomentazione, esposta tempo fa da un autore oggi considerato un classico del pensiero contemporaneo,
Emilio Garroni, che doveva giustificarsi di passaggi come «L’estetica si occupa e soprattutto si è occupata dell’arte non perché possa davvero saperne di più, dal momento che neppure è possibile sapere con un minimo di precisione di che cosa dovrebbe sapere di più. Si è occupata e si occupa dell’arte – meglio: si riferisce all'arte e all'esperienza dell’arte, in senso estetico moderno – perché attraverso di essa si è sforzata, e forse ancora si sforza, di comprendere meglio la possibilità stessa dell’esperienza in genere». (1992, Emilio Garroni, “Estetica, uno sguardo attraverso”, Garzanti, 32.000). E ancora: «Ma questo è precisamente, fin dal suo sorgere, il tratto caratteristico dell’estetica: di interrogarsi su qualcosa che non può essere chiarito adeguatamente in termini di pura risposta e che implica anzi una coappartenenza originaria in quanto questa addirittura si mette in opera e si fa “opera d’arte” o, per così dire,“cosa”».
Ebbene, prima di regalarci riflessioni di questo tipo, Garroni sentì di doverle presentare in questo modo: «Questo libro è stato così concepito, perché è parso più utile [...] fornire ai lettori interessati un’idea dell’estetica liberata anche dagli infiniti problemi particolari, dalle fin troppo circostanziate analisi storiografiche, dalle minuzie e dalle ripetizioni in parole diverse dei medesimi temi, dai miscugli e dagli sconfinamenti in campi eterogenei, che caratterizzano le opere con ambizioni impossibili di completezza. Infatti proprio in forza di tali ambizioni esse sono fortemente inclini o ad affidarsi alla fede nell’esistenza di una estetica pensata come un tutto delimitato o a risolversi in indefiniti centoni eclettici. Così che questo libro breve e forse tendenzioso...(costituisca) un’apertura verso studi e interessi più particolari, per quanto riguarda ciò che qui è stato invece taciuto».
Ma quali sono le provocazioni o le tendenziosità nell’ambito della filosofia estetica, così nel 1992 come nel 2010? E' presto detto. Considerare l’estetica come filosofia della conoscenza e non certo dell’arte (e ancor di meno del bello della bellezza del sublime, così come del brutto etc.). Considerarla (una) filosofia che indaga la prima soglia della conoscenza, quella del rapporto che l’uomo, attraverso il suo corpo e i suoi sensi, intrattiene con il mondo circostante come rapporto originario.
Che sia stato giocoforza un po’ banale, riferire e collocare l’estetica con l’attività di coloro, gli artisti, che agiscono proprio nell’ambito di questa prima soglia è comprensibile ma non giustifica per nulla che l’estetica sia identificata con la filosofia dell’arte (che cosa questa accezione possa poi significare lo abbiamo visto e lo vediamo tutti i giorni).
Il testo citato in questo articolo è
«Arte, estetica e nuovi media», autore Paolo Granata, Fausto Lupetti Editore, 2009, pag. 270, euro 16.
PAOLO GRANATA (Cosenza, 1976) insegna Informatica applicata alla catalogazione dei Beni Artistici presso la Scuola di Specializzazione in Beni Storici Artistici dell’Università di Bologna e Multimedialità per i Beni Culturali presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Tra le sue pubblicazioni: Arte in Rete (2001), la prima guida ragionata delle risorse artistiche presenti su Internet, e Arte, estetica e nuovi media (2009). È membro del progetto di ricerca “Videoart Yearbook. L’annuario della videoarte italiana”, promosso dal Dipartimento delle Arti Visive dell’Università di Bologna.
venerdi 19 marzo 2010 ore 14:49
ShareThis